martedì 24 marzo 2015

Marano. Agli abitanti di via Prole non piace la direzione obbligatoria. Pretto: ‘Consentiamo svolta ai frontisti’


Agli abitanti di via Prole a Marano Vicentino il segnale verticale di ‘direzione obbligatoria diritto’ installato da poco lungo la provinciale Maranese proprio non va giù.

Di fatto, a chi deve svoltare in via Prole provenendo da Schio, il segnale impedisce la svolta a sinistra, costringendo gli automobilisti a percorrere un lungo tratto di strada spingendosi fino a viale Europa per poter imboccare alla fine la strada di casa.
È quanto segnalato con una interrogazione del 23 marzo al Sindaco di Marano Piera Moro e all’Assessore alla qualità del territorio Francesco Luca dal Consigliere di minoranza Erik Pretto di ‘Noi di Marano’.
‘Si fa inoltre presente – puntualizza Pretto – che la segnaletica orizzontale nei pressi dell’imbocco di Via Prole risulta essere discorde da quella verticale, in quanto nel mezzo della carreggiata è presente la linea tratteggiata’.
Il Capogruppo consiliare di ‘Noi di Marano’ chiede quindi all’Amministrazione se intende rimuovere la segnaletica verticale o, in alternativa, ‘attivarsi per consentire perlomeno la svolta a sinistra ai frontisti provenienti da Schio’.
L’interpellanza sarà uno degli argomenti in discussione nel prossimo Consiglio comunale.

Altovicentinonline 24.03.2015

martedì 10 febbraio 2015

"Giornata del ricordo": Vite negate, massacri, falsità. Anche la verità fu infoibata.


Oggi la "Giornata del ricordo" per celebrare gli italiani cacciati e uccisi da Tito dopo la guerra. Una tragedia che nella gerarchia del dolore sta sempre dietro le vittime delle dittature fasciste

Cos'era accaduto sulle coste orientali italiane dell'Adriatico dopo la guerra? Niente di rilevante, avrebbero voluto rispondere chi governava l'Italia e chi da sinistra faceva l'opposizione.
Soltanto un nuovo confine segnato con un tratto di penna sulla carta geografica dell'Europa. Vite negate. Amori, amicizie, speranze sconvolte, sentimenti calpestati, che per pudore, in silenzio, lontano da occhi inquisitori, l'esule arrivato dall'Istria, dalla Dalmazia, da Fiume chiudeva nel dolore, forse sperando che questo dignitoso comportamento lo aiutasse ad essere accolto da chi non ne gradiva la presenza. Si chiudeva così il cerchio dell'oblio, e una pesante coltre di omertà si distendeva sopra le sconvenienti ragioni degli sconfitti.
La Storia non apre le porte agli ospiti che non ha invitato. Sceglie i protagonisti e i comprimari, anche se gli esclusi si sono dati tanto da fare. Esuli, allora, con la nostalgia del ritorno, con il dolore dell'assenza. L'esule dei Paesi comunisti non è mai stato troppo gradito; le sue scelte giudicate con sospetto. Nella gerarchia morale della sofferenza, egli rientra stentatamente, sì e no, agli ultimi posti, molto indietro rispetto agli esiliati delle dittature fasciste e dei sanguinari regimi latino-americani.
In una intervista a Panorama del 21 luglio 1991, Milovan Gilas dichiarava tra l'altro: «Nel 1946, io e Edward Kardelij andammo in Istria a organizzare la propaganda anti italiana ... bisognava indurre gli italiani ad andare via con pressioni di ogni tipo. Così fu fatto». Gilas era il braccio destro di Tito, l'intellettuale del partito comunista jugoslavo; Kardelij era il teorico della «via jugoslava al comunismo», punto di riferimento dell'organizzazione della propaganda anti italiana.
Dunque, due protagonisti di primissimo piano del partito comunista jugoslavo impegnati a cacciare con «pressioni di ogni tipo» gli italiani dalle loro case, dal loro lavoro, dalle loro terre. Tra le pressioni di ogni tipo ci furono il terrore e il massacro: una pulizia etnica. A migliaia gli italiani, senza nessun processo, senza nessuna accusa, se non quella di essere italiani, venivano prelevati di notte, fatti salire sui camion e infoibati o annegati. Non si saprà mai quanti furono ammazzati. A decine di migliaia: una stima approssimativa è stata fatta sulla base del peso dei cadaveri che venivano recuperati dalle foibe; nulla si sa degli annegati.
E poi gli esuli: oltre 350mila, che lasciarono tutto, pur di rimanere italiani e vivi. Accolti in Italia con disprezzo, perché solo dei ladri, assassini, malfattori fascisti potevano decidere di abbandonare il paradiso comunista jugoslavo. Ricordo bene quando a Venezia arrivavano le motonavi con i profughi: appena scesi sulla riva, erano accolti con insulti, sputi, minacce dai nostri comunisti, radunati per l'accoglienza. Il treno che doveva trasportare gli esuli giù verso le Marche e le Puglie, dai ferrovieri comunisti non fu lasciato sostare alla stazione di Bologna per fare rifornimento d'acqua e di latte da dare ai bambini.
Alla gente che abitava l'oriente Adriatico, fu negato dal nostro governo il plebiscito che avrebbe dimostrato come in quelle terre la stragrande maggioranza della popolazione fosse italiana. Prudente, De Gasperi pensava che l'esito del plebiscito avrebbe turbato gli equilibri internazionali e interni col PCI. A quel tempo, Togliatti aveva fatto affiggere questo manifesto a sua firma: «Lavoratori di Trieste, il vostro dovere è accogliere le truppe di Tito come liberatrici e collaborare con esse nel modo più stretto». Per esempio, sostenendo, come voleva il Migliore, che il confine italiano fosse sull'Isonzo, lasciando a Tito Trieste e la Venezia Giulia.
I liberatori comunisti non potevano essere degli assassini: e così, sotto lo sguardo ipocrita dell'Italia repubblicana, con la vergognosa collaborazione degli storici comunisti, disposti a scrivere nei loro libri il falso, quella tragedia sparisce, non è mai accaduta. Ma il cammino trionfale della Storia dei vincitori si distrae e la verità incomincia ad affiorare. Non si dice con ottimismo che il tempo è galantuomo? Stavolta sembra di sì. Il 10 febbraio (giorno della firma a Parigi nel 1947 del trattato di pace) viene istituita nel marzo 2004 la «Giornata del ricordo», per celebrare la memoria dei trucidati nelle foibe e di coloro che patirono l'esilio dalle terre istriane, dalmate, giuliane. Ci sono voluti sessant'anni per incominciare a restituire un po' di verità alla Storia: adesso sarebbe un bel gesto che il nuovo Presidente della Repubblica onorasse questa verità ritrovata, recandosi al mausoleo sulla foiba di Basovizza per chiedere scusa alle migliaia di italiani dimenticati, offesi, umiliati, massacrati soltanto perché volevano rimanere italiani.
Di Stefano Zecchi (Giornale), 10/02/2015                                                            

lunedì 9 febbraio 2015

Foibe: la giornata del ricordo (10 febbraio 2015)


Foibe: la giornata del ricordo - Probabilmente ad alcuni questa parola dice ancora poco se il tema non fosse stato portato alla ribalta con una giornata della memoria meritata quanto agognata INIZIAMO A RICORDARE Foibe, la storia dimenticata. Dopo l'8 settembre del 1943 i territori istriani, giuliani e dalmati, dapprima sotto l'influenza tedesca, vengono poi occupati dai partigiani comunisti di Tito. Titini, unitamente ai partigiani comunisti italiani, nutrivano il progetto di avanzare sino ad Udine, approfittando dei troppi indugi degli Alleati in quella zona e d'armi e mezzi che gli Alleati stessi gli fornivano. In realtà non puntavano semplicemente alla conquista di terre, ma rivelarono ben presto l'odio etnico che li animava e l'intenzione di “deitalianizzare” i territori occupati con metodi terribili. Italiani, senza particolari distinzioni di sesso, età o politiche, venivano prelevati dalle loro case e poi eliminati, colpevoli di non partecipare attivamente a piani espansionistici di Tito.

Per gli amanti dei numeri ricordiamo che il terrorismo etnico dei titini costrette 350000 persone a fuggire dalle proprie terre e altre 10000, anche se le cifre sono molto incerte, furono uccise con le modalità più atroci. Le vittime erano poste sull'orlo di una foiba e legate di spalle a due a due con filo di ferro; poi si sparava al primo cosicché, cadendo, avrebbe trascinato con se pure il secondo, spesso sottoposto ad un'agonia terribile se i ripetuti colpi contro le pareti rocciose dalla foiba non fossero stati sufficienti a procurargli presto la morte. Nella sola foiba artificiale di Basovizza, profonda 256 m, è stato fatto un tragico calcolo: considerando la profondità del pozzo prima e dopo la strage, si è rilevata una differenza di una trentina di metri, 300m3 riempiti con circa 2000 cadaveri.

Ma l'“infoibamento”, seppure il metodo più conosciuto, non fu l'unica modalità per sradicare l'italianità dall'Istria e dalla Dalmazia: campi di concentramento situati a Borovnica, Maribor, Aidussina e in molte altre zone dell'ex-Jugoslavia diedero il loro macabro contributo. A far riscoprire questo stralcio di storia dimenticata hanno contribuito in modo più efficace che mai gli appuntamenti televisivi di questi giorni in vista della “Giornata del Ricordo” (10 febbraio): dal puntualissimo “Porta a Porta” sino al film “Il cuore nel pozzo”. Sorge tuttavia spontanea una considerazione: possibile che solo ora, dopo 60anni, possiamo sentirci soddisfatti per l'uscita del primo film sulle stragi di cui gli Italiani stessi furono vittime? Certo la cinematografia non ha atteso altrettanto per film sulla Shoah -ad esempio-, ma per quale motivo? Probabilmente perchè le Foibe non sono ancora entrate nella cosiddetta “memoria condivisa”.

giovedì 8 gennaio 2015

Vietato illudersi: l'islam è il nemico

"È un nemico che trattiamo da amico. Che tuttavia ci odia e ci disprezza con intensità". Sono passati dieci anni da quando Oriana Fallaci scrisse queste frasi sulla prima pagina del Corriere. La più conosciuta e stimata giornalista italiana era appena stata denunciata per vilipendio all’Islam, perché nei suoi libri e nei suoi articoli si era permessa di metterci in guardia contro il Mostro, così lo chiamava, e di mettere in dubbio la fandonia dell’Islam buono contro quello cattivo. Oriana si opponeva alla nascita della moschea di Colle val d’Elsa, sosteneva che il mondo occidentale era in guerra e doveva battersi, attaccava il multiculturalismo, la teoria dell’accoglienza indiscriminata, la dottrina cattolica che insegna ad amare il nemico tuo come te stesso. E per questo, per quel che scriveva, fu considerata pazza dall’intellighezia progressista mondiale, quasi che l’integralista fosse lei, lei armata di penna e taccuino e non gli islamici armati di esplosivi, coltelli e kalashnikov che noi abbiamo invitato nelle nostre case e nelle nostre città, consentendo loro - in virtù della libera circolazione imposta dal trattato di Schengen - di viaggiare a loro piacimento, senza controlli e con la possibilità di organizzare qualsiasi massacro. Oriana è morta da anni, ma le sue nere profezie si stanno realizzando puntuali come erano state previste. Quel che è accaduto ieri nella redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo, una delle poche testate che anni fa difesero nel silenzio generale il coraggio della scrittrice toscana, è esattamente ciò che lei aveva immaginato.
di Maurizio Belpietro (Libero Quotidiano)

martedì 23 dicembre 2014

AUGURI DI BUON NATALE E DI SERENO ANNO NUOVO


Dopo i volantini anonimi furti di pubblicazioni sulle bacheche.

 
Cambio di strategia a Marano da parte degli oppositori alle minoranze. Dopo il periodo dei manifesti strappati e dell’affissione di volantini diffamatori è arrivato il momento della “sparizione silenziosa”. 
E’ la nuova tattica da attuare verso chi da fastidio, contro chi tocca qualche tasto che non bisogna nemmeno sfiorare, una tattica che ha sempre funzionato sia politicamente che in altri ambiti poco chiari dell’illegalità. 
Far scendere l’oblio sulle idee che non sono il linea con il loro pensiero è la strategia adottata fin dalla notte dei tempi da gruppi dominanti o che vogliono dominare, senza bisogno di perdere troppo tempo, senza tanti fastidi, senza scocciature. 
E’ quello che sta accadendo da qualche mese sulle bacheche dei movimenti, partiti e liste civiche di un determinato schieramento di idee. E’ cominciata a mancare qualche pubblicazione ogni tanto, per continuare poi sempre più frequentemente, fino allo spogliare quasi del tutto le bacheche, naturalmente nottetempo, con la predilezione per quelle pubblicazioni che toccano argomenti caldi del vivere cittadino: lo stazionare fisso sul territorio di “campeggi abusivi” e il degrado ambientale. 
Ecco allora che di volta in volta vengono “depredate” le bacheche della civica Noi di Marano, della Lega Nord e della civica Progetto Veneto per Marano. 
E pensare che questo spiacevole modo di togliere la parola, o meglio sarebbe dire “la carta”, verrebbe superato con la sola chiusura delle bacheche tramite una protezione trasparente con chiave o con un loro ammodernamento. Soluzione questa proposta ancora nel 2012, promessa dall’Amministrazione Comunale, ma mai messa in atto. 
La lista civica Noi di Marano

lunedì 1 dicembre 2014

Breganze-Marano. Piovan Confartigianato: "Noi massacrati dalle tasse e i nomadi fanno quello che vogliono"

C'è preoccupazione tra gli artigiani di Breganze per la collocazione di due camper. Attualmente sostano nel piazzale dei magazzini comunali, dopo che è stato imposto loro di sgomberare dalle vie del centro del paese, dove non sono voluti dai commercianti che da sempre fanno guerra su questo tema.  A farsi portavoce è stato Andrea Piovan, presidente Confartigianato di Thiene, che ieri sera, ha riunito tutti i suoi associati al Bar 2000 per affrontare quello che per tutti loro è un grave problema. 
'Ci hanno detto che vogliono fare un campo nomadi e siamo rimasti di stucco - ha spiegato Piovan - la situazione a Breganze come a Marano è davvero insostenibile e ora si paventa l'ipotesi di un'area attrezzata per questa gente a cui dovremmo pagare acqua, luce e servizi mentre noi artigiani siamo nel bel mezzo di una crisi economica?' A tranquillizzare il presidente di Confartigianato è il sindaco Piera Campana in persona che  smentisce categoricamente la voce che gira in paese sul campo rom che non ha alcuna intenzione di realizzare.
 'In realtà avevo solo chiesto agli artigiani di aiutarmi a trovare un'area dove collocare temporaneamente le famiglie con i due camper che attualmente stanno nei magazzini comunali - getta acqua sul fuoco il primo cittadino di Breganze - sono tre mesi che cerco una soluzione ad un problema che voglio affrontare nella maniera più giusta. Da un lato ho chi questi due camper non li vuole assolutamente  e non faccio che chiamare i vigili per farli sgomberare da una parte all'altra del paese. Dall'altro - conclude Piera Campana - ho i solleciti delle associazioni di volontariato che insistono nel progetto di integrazione per questi nuclei familiari, che a loro dire, andrebbero reinseriti. Ripeto, nessun campo rom è in progetto. Qualcuno ha capito male'.
Piovan tira un sospiro di sollievo, ma torna sull'argomento che gli sta a cuore. 'Qui non significa essere razzisti - si sfoga - si tratta di persone che non dimostrano un minimo di civiltà.  Abito un chilometro dall'area occupata da intere famiglie di rom a Marano. Quello che vedo passando da via Capitello di Sopra, proprio accanto all'area ecologica è da brivido. Hanno rotto la rete di recinzione, accendono il fuoco per scaldarsi ad ogni ora del giorno. Se lo fa qualche cittadino per bruciare sterpaglie nel giardino di casa propria gli infliggono una multa da capogiro. Questa gente lo può fare tranquillamente e nessuno li punisce.  Noi facciamo la raccolta differenziata dei rifiuti e paghiamo la Tarsu. Loro disseminano immondizia ovunque gratuitamente e a noi tocca pagare pure quello che loro sporcano perchè quando si allontanano lasciano il disastro. I possessori di camper devono fare la revisione - incalza Piovan - scommetto che loro se ne fregano. Le donne stendono panni che fanno bella mostra, vanno e vengono indisturbati facendo i loro comodi. Siamo esasperati dal degrado ed i sindaci non possono ignorare la nostra rabbia legittima che deriva da uno Stato fiscale che ci fa pagare per poter lavorare, pronto a sanzionarti per il nulla. Poi però, ai nomadi è concesso tutto. Come si fa a non arrabbiarsi? Sono contento che il campo nomadi a Breganze non si farà - conclude il presidente di Confartigianato -  mi fido della parola del sindaco Campana che contatterò personalmente, ma pretendiamo che  i primi cittadini, che ospitano famiglie rom, si facciano garanti dei diritti dei loro cittadini e che non spendano in generale più un euro per riparare i danni dell'inciviltà di chi non rispetta le regole. Soldi non ce ne sono quasi più e devono essere spesi per le cose giuste'
di redazione Thiene on line Venerdì, 28 Novembre 2014